Sul nostro sito è stato pubblicato il cartellone della nuova rassegna!
domenica 23 giugno 2013
giovedì 22 novembre 2012
IN SCENA! 2012 - QUARTO CONCERTO
MEDITERRANEO
Nel
periodo tra il 1923 e il 1929, durante il quale vide la luce il
Concerto
per clavicembalo e
cinque
strumenti,
Manuel de Falla si era ampiamente affrancato dall’influenza
estetica di Claude Debussy e Maurice Ravel, suoi primi numi tutelari,
a favore di una scrittura aspra e scarna, più vicina allo Stravinsky
dell’Histoire
du Soldat
e della Sinfonia
per strumenti a fiato,
oppure allo Schönberg della Kammersymphonie
op.9.
Anche l’impiego del clavicembalo (ma il brano può essere
tradizionalmente eseguito anche con il pianoforte), suggerito dalla
virtuosa Marta Landowska che già prese parte alla prima del Retablo
de Maese Pedro,
sembra rimandare più alla musica del cinque-seicento che a quella
barocca. Il brano è in effetti una riflessione sulla storia della
musica spagnola, in un contesto neoclassico: il primo movimento è
infatti costruito sul villancico
cinquecentesco
“De Los Alamos vengo, madre”, il secondo sul “Tantum ergo” di
Luis de Victoria, mentre il terzo, unico movimento nel quale la parte
del solista reca ornamentazioni tipiche del barocco, come trilli e
mordenti, è una rielaborazione di De Los Alamos in chiave
scarlattiana.
Plektó,
titolo del brano composto dal greco Iannis Xenakis nel 1994,
significa “trecce”, in questo caso intese come intreccio
contrappuntistico di linee melodiche, ritmi e timbri. Nella
composizione, infatti, si assiste via via alla giustapposizione di
singole linee melodiche a materiale accordale. In aggiunta, a volte
l’ensemble è diviso tra archi e fiati, altre volte il flauto è
accoppiato al violino, e il clarinetto al violoncello. Il pianoforte
serve da sostegno agli altri strumenti, con le percussioni impegnate
a contrappuntarne e in un certo qual modo confonderne la linea
ritmica. Come è tipico delle composizioni dello Xenakis più tardo
(il compositore morirà infatti nel 2001 a 79 anni), il tempo
generale è molto lento, rendendo assai difficile la percezione delle
lunghe arcate melodiche. Nel finale, addirittura, ogni esecutore
suona ad un tempo differente, ma in precisa relazione ritmica con gli
altri strumentisti.
Così
scrive Francesco Antonioni a proposito del suo Macchine
inutili:
“Di solito lo scopo di una macchina è quello di essere un mezzo
per semplificare qualcosa: la leva, l’automobile, gli
elettrodomestici sono delle macchine semplici oppure molto complicate
che ci semplificano la vita. Qualche volta accade che le macchine
perdano quasi del tutto di vista il loro scopo e diventino in sé
oggetti di grande interesse, come succede alle automobili d’epoca,
o ai computer. Progettare invece marchingegni di nessuna utilità
pratica, elaborati, e tuttavia senza scopo, è una mansione che, per
quanto possa essere per alcuni divertente, sembra priva di senso, e
secondo la maggior parte delle persone, rasenta l’assurdo. Solo la
bellezza dell’invenzione, da sempre giudicata inutile da chi pensa
solo all’atto pratico, può riscattare il suo ideatore dall’
accusa di star sprecando il proprio e l’altrui tempo. Le Macchine
inutili sono fra le prime opere del designer Bruno Munari
(1907-1998), che in un orizzonte allora dominato dal futurismo
italiano e dal surrealismo francese, dette questo nome provocatorio
ad alcune speciali sculture sospese in movimento eteree ed
evanescenti, cronologicamente antecedenti ma simili a quelle, per la
verità più famose, di Alexander Calder. Più che la loro
consistenza quasi impalpabile, il titolo e l’idea retrostante di
realizzare complessi marchingegni senza scopo apparente ha generato
il progetto di comporre una serie di trasformazioni su di un motivo
elementare, su cui giocare continue variazioni, e a cui opporre, per
contrarietà quasi necessaria, l’entropia, tendente alla stasi, di
lente parabole discendenti”.
Il
maltese Ruben Zahra così illustra il suo brano Silk
road suite
per violoncello e percussioni: “ La strada percorsa da Marco Polo
verso la Cina è storicamente conosciuta come Via
della Seta.
Questa suite è divisa in quattro movimenti che tracciano un viaggio
musicale dalle spiagge e dai porti del Mediterraneo sino alle antiche
città della Cina, oltre la Grande Muraglia. Nonostante la Via della
Seta fosse troppo desolata per ospitare grandi popolazioni, piccoli
gruppi di predoni riuscivano a sopravvivere assai bene raccogliendo
acqua dai pozzi e occasionalmente ingaggiando una vera e propria
Caccia nel Deserto per razziare beni e oggetti di pregio dalle
carovane di passaggio. Prima di entrare nella città di Chiang-an
attraverso la Grande Muraglia, i viaggiatori si trovavano nella
fertile valle del fiume Wei, i cui campi sono resi gialli dal loess,
la fine polvere che il vento trasporta dalle steppe del nord.”
La
musica dell’algerino Salim Dada, compositeur
en residence
dell’ orchestra francese Divertimento, è un originale mèlange
tra il linguaggio della musica classica araba (il compositore è
anche un virtuoso suonatore di oud,
il tradizionale liuto mediorientale) e le moderne tecniche
compositive. L’innovativa fusione dà vita ad una musica innovativa
e seducente, dallo sguardo rivolto al futuro. Su Lisse
Strié,
l'autore cita un brano dal saggio di Manola
Antonioli, Géophilosophie
de Deuleuze et Guattari,
(Paris, L’Harmattan, 2003) a proposito di liscio
e striato
negli spazi architettonici e ambientali (concetti mutuati dalla
fisiologia umana): “Nello spazio striato la misura può essere sia
regolare che irregolare, ma è sempre determinata, mentre nello
spazio liscio il taglio può essere effettuato dove si vuole. La
differenza che separa questi due spazi è complessa: da una parte si
tratta di un'opposizione semplice tra due ordini di esistenza
(striato e sedentario/liscio e nomade), dall'altra questi due modi di
occupare gli spazi esistono in funziono della loro reciproca
mescolanza. Lo spazio liscio può sempre divenire striato, lo spazio
striato è costantemente ridotto alla dimensione di uno spazio liscio
e nomade. In entrambi gli spazi ci sono punti, linee e superfici, ma
gli itinerari, le distribuzioni e le popolazioni di questi elementi
differiscono.”
IN SCENA! 2012 - TERZO CONCERTO
EST
Dal
1977, anno della sua composizione, Fratres,
una delle più conosciute creazioni dell’estone Arvo Pärt, è
stato oggetto, da parte dell’autore, di moltissime strumentazioni
differenti: dall’originale quintetto d’archi si passa, tra le
altre, all’orchestra d’archi con percussioni, al quintetto di
fiati, all’ottetto di fiati, a dodici celli, a violino o viola o
violoncello e pianoforte… Strutturato su otto o nove (secondo
l’orchestrazione) sequenze accordali separate da un motivo ritmico
ricorrente, il brano è una chiara esemplificazione dello stile
denominato da Pärt stesso tintinnabuli
(dal
latino tintinnabulum,
campana), al quale il compositore era giunto dopo uno forte crisi
artistica che lo portò, a metà degli anni ’70, a cancellare dal
proprio catalogo tutte le opere precedenti Für
Alina,
prima composizione nel nuovo stile. Derivato dalle influenze della
polifonia ortodossa, il tintinnabulum si basa su due voci
fondamentali: la prima che arpeggia triadi di tonica e la seconda che
si muove diatonicamente per gradi congiunti, donando alla musica un
carattere arcaico ed ipnotico.
Musica
ricercata,
una delle prime opere di György Ligeti (data infatti 1951-53,
nonostante la prima esecuzione sia del 1969), vanta il notevole
primato, per un brano di musica contemporanea, di essere presente
nella colonna sonora di due film di grande successo: Eyes
wide shut
di Stanley Kubrick (che già utilizzò altre composizioni di Ligeti
in 2001:
Odissea nello spazio,
decretandone così la fama internazionale) e Shutter
Island
di Martin Scorsese. Nonostante il termine ricercata
(o ricercare)
si riferisca ad uno stile contrappuntistico, solo l’ultimo degli
undici brevi brani per pianoforte solo è scritto in questa forma: di
caratteri assai differenti tra loro i pezzi, infatti, testimoniano la
ricerca di Ligeti di trovare un proprio originale linguaggio
espressivo, e contengono in
nuce idee
che saranno sfruttate e messe a fuoco nelle composizioni future.
Il
ceco Bohuslav Martinu compose la sua Sonatina
per clarinetto e pianoforte nel 1956, quando già da tempo abitava
negli Stati Uniti, a New York. Strutturata in un singolo movimento
con tre distinte sezioni (Moderato, Andante e Poco Allegro), la
Sonatina
è ricca di ritmi di danza e di marcia, alternati a passaggi più
lirici. Il linguaggio, che rimanda al neoclassicismo di Poulenc e
Stravinsky riporta il compositore agli anni trascorsi a Parigi
(1923-1940), e alla forte influenza che su di lui esercitò il
cosiddetto “Gruppo dei Sei” (Auric, Durey, Honegger, Milhaud,
Poulenc e Tailleferre).
Al
contrario del brano di Martinu scritto in tarda età, il Trio
per clarinetto, violino e pianoforte venne ultimato nel 1932 quando
Aram Khachaturian era ancora studente presso il Conservatorio di
Mosca. Il primo movimento è in stile zingaresco, quasi
improvvisativo. Il materiale melodico è spesso ripetuto con
ornamentazioni e piccole cadenze, creando un’atmosfera quasi
ipnotica. Il secondo movimento inizia come uno scherzo, presto
interrotto dall’irrompere di una melodia popolare in un tempo più
calmo. I due temi verranno poi combinati, per chiudere ancora con lo
scherzo. Anche il terzo movimento è basato su di un tema popolare:
una serie di variazioni dello stesso portano al momento culminante,
dopo il quale la musica scompare via via nel silenzio.
domenica 21 ottobre 2012
IN SCENA! 2012 - SECONDO CONCERTO
VILLA
MEDICI
Roma.
Il complesso architettonico che domina la collina del Pincio, affonda
le sue radici nella storia antica della Città, attraverso le
imprescindibili stratificazioni degli eventi. Il destino di questo
spazio è dal 1803 legato all'assegnazione del premio conferito
dall'Accademia di Francia ai migliori giovani artisti nelle
discipline figurative, architettoniche e musicali. Il Prix de Rome,
istituito fin dal 1663 sotto il regno di Luigi XIV, comprende una
borsa di studio e il soggiorno annuale presso l'Urbe, con il compito
di realizzare un'opera nella propria disciplina. Come spesso accade,
è istruttivo osservare in queste circostanze la mutevolezza del
destino: quali artisti gratificati dal premio hanno "mantenuto
le promesse" e quanti sono rimasti nell'anonimato. Ancora:
quanti, esclusi dopo diversi tentativi, hanno trovato solo al di
fuori del circolo chiuso dell'accademia visibilità e successo grazie
alla forza delle proprie opere. Se scorriamo l'elenco dei premiati
non è difficile individuare queste categorie.
Percorreremo
un secolo di musica francese attraverso le musiche di alcuni illustri
vincitori del Prix.
Potrà essere l'occasione per riflettere su come l'istituzione di un
premio a carattere nazionale possa più o meno favorire i giovani
talenti. Questione ancora oggi attualissima.
Jacques Ibert
era stato vincitore del Prix nel 1919 con la cantata Le
Poète et la fée, a
pari merito con l'oggi quasi sconosciuto Marc Delmas. Bisogna
ricordare che fino al 1968 il premio per la musica era assegnato
chiedendo ai partecipanti di comporre una cantata su un testo uguale
per tutti, fissato anno per anno. Appartengono invece agli anni
trenta e dunque alla maturità del compositore i due brani per flauto
e pianoforte Aria
e Entr'acte.
Lontani da asprezze avanguardistiche, sono due bozzetti di piacevole
ascolto, di clima pastorale il primo, mentre il secondo presenta
inflessioni spagnoleggianti, ispirandosi ad un topos
tipico della musica francese, da Bizet a Ravel.
Con
Philippe Hurel
ci spostiamo avanti nel tempo. Dal 1968 infatti, per decisione
dell'allora ministro della cultura André Malraux l'estenuante
concorso, che tra l'altro in passato aveva escluso Saint Saëns,
Fauré e Ravel, fu trasformato in una selezione su candidatura
presentata dagli stessi aspiranti. Hurel fu borsista dal 1986 al 1988
ed è oggi uno dei più interessanti compositori francesi, tra quelli
della generazione dei nati negli anni cinquanta. Influenzato dallo
spettralismo di Grisey, ma anche dalla musica jazz e rock, Hurel
combina sapientemente le strutture complesse tipiche dei compositori
post-strutturalisti con le esigenze dell'ascolto, in particolare
attraverso un uso originale della ripetizione. In ...à
mesure
(1996) le peripezie formali del brano sono in qualche modo non
previste in anticipo durante la scrittura, ma introducono elementi
inattesi, secondo una visione quasi cinematografica, che non esclude
flashback
e flashforward.
Cogliamo l'occasione per ricordare a due anni dalla precoce scomparsa la figura di Christophe Bertrand, compositore che, a trent'anni non ancora compiuti, si stava rivelando come un'autentico talento di livello mondiale. Precocissimo, fu allievo di Ivan Fedele presso il Conservatorio di Strasburgo, perfezionandosi con Hurel, Murail, Ferneyhough e Harvey, aggiudicandosi la borsa dell'Accademia di Francia per il 2008 e 2009. La scelta di questi maestri segna un percorso molto personale nell'ambito dell'avanguardia europea, lontano da influenze minimaliste. I brani di Bertrand, quasi tutti basati su rapidità e contrasto come elementi propulsori, mostrano una sicurezza e una facilità di scrittura fuori dal comune. In Virya (2003-2004), termine sanscrito significante "energia, forza, vigore" si contrappongono materiali tra loro eterogenei. Ogni elemento tende a trasformarsi indipendentemente secondo il paradigma accumulazione/saturazione: accelerazione, crescendo, saturazione armonica. Un brano molto concentrato e ricco di virtuosisimo e vitalità.
Bruno Mantovani, nato nel 1974, è attualmente direttore del Conservatorio Nazionale Superiore di Parigi. Citiamo la data di nascita non per pura informazione, ma per far riflettere quanto sia tenuta in considerazione in Francia l'età media della cosiddetta "classe dirigente". Il fatto che un compositore non ancora quarantenne sia alla guida della più importante istituzione musicale francese fa quasi sorridere a confronto con la nostrana gerontocrazia in ambito accademico e universitario (e non aggiungiamo altro). Mantovani, borsista a villa Medici nel 2004, è un musicista solido e interessante, in particolare per la ricerca di integrazione tra elementi colti ed extracolti nella propria scrittura. D'un rêve parti (1999) infatti prende spunto fin dal titolo (francesizzazione di Rave party) dalla musica techno, in particolare nell'uso di ritmi iterativi tipici delle drum machines. Tali influenze non sono però semplici prestiti, ma sono sfruttate attraverso una sapiente strutturazione dei materiali, che all'ascolto si traduce in una complessità accattivante mai fine a sé stessa, che non sacrifica mai la percezione formale fin dal primo ascolto.
domenica 7 ottobre 2012
IN SCENA! 2012 - PRIMO CONCERTO
UOMINI ARMATI
L’evidente
rassomiglianza di alcune caratteristiche compositive (la mancanza di
un centro tonale, il cromatismo spesso esasperato, la predilezione
per il contrappunto e la similitudine di alcune tecniche ad esso
legate, come l’hoquetus con la weberniana
klangfarbenmelodie) ha fatto sì che molti dei compositori del
primo e secondo novecento traessero ispirazione nella musica
dell’epoca pre-barocca (basti pensare allo Stravinsky del
Monumentum pro Gesualdo da Venosa, o a Steve Reich che vede
tra i suoi maggiori ispiratori i musicisti dell’antica scuola di
Notre-Dame Leoninus e Perotinus, o ancora a Glenn Gould, una delle
menti musicali più lucide del secolo scorso, che cita come suo
musicista preferito il virginalista inglese Orlando Gibbons).
Non
fanno eccezione gli inglesi Harrison Birtwhistle e Peter Maxwell-Davies. Se il primo si limita a riorchestrare, con
sonorità in un interessante mèlange di antico e moderno, un
motteto di Johannes Ockeghem ed un hoquetus del maggior esponente
dell’ars nova francese, Guillaume de Machaut, il secondo non
rinuncia neanche in questo caso al suo amore per l’esasperata
teatralizzazione della musica. Il brano inizia infatti come un
ri-arrangiamento di un’anonima messa del quattrocento basata sulla
famosa canzone profana L’homme armè che già ispirò
Jusquin Desprez, ma presto il meccanismo si inceppa. I gesti musicali
diventano assurdi ed esagerati, deteriorandosi in un allucinato
fox-trot, mentre la voce narrante racconta dei tradimenti di Giuda e
di San Pietro [1], tradimenti che si riflettono nella disgregazione
musicale della messa originale.
A
completare il programma si è scelto di eseguire Il Combattimento
di Tancredi e Clorinda di Claudio Monteverdi, vera fucina
di innovazioni tecniche e musicali, capolavoro di quello stile
rappresentativo che a breve darà vita all’opera lirica, il
principale genere di teatro musicale dal Settecento ai giorni nostri. Qui è possibile leggere il libretto, tratto dal dodicesimo canto della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso.
___________________________
[1] - Traduzione italiana del testo:
___________________________
[1] - Traduzione italiana del testo:
Si
avvicinava la festa degli Azzimi, chiamata Pasqua, e i sommi
sacerdoti e gli scribi cercavano come toglierlo di mezzo, poiché
temevano il popolo. Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota,
che era nel numero dei Dodici. Ed egli andò a discutere con i sommi
sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo nelle loro
mani. Essi si rallegrarono e si accordarono di dargli del denaro.
Egli fu d'accordo e cercava l'occasione propizia per consegnarlo loro
di nascosto dalla folla.
Pietro
gli disse: "Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e
alla morte". Gli rispose: "Pietro, io ti dico: non canterà
oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi".
[...Passata circa un'ora, un altro insisteva:] "In verità,
anche questo era con lui; è anche lui un Galileo". Ma Pietro
disse: "O uomo, non so quello che dici". E in
quell'istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il
Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole
che il Signore gli aveva detto: "Prima che il gallo canti, oggi
mi rinnegherai tre volte". E, uscito, pianse amaramente.
"Questo
è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me".
Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: "Questo
calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per
voi". "Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla
tavola. Il Figlio dell'uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma
guai a quell'uomo dal quale è tradito!".
(frammenti
dal Vangelo secondo Luca, capitolo 22 – traduzione a cura
della Conferenza Episcopale Italiana)
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venerdì 13 luglio 2012
ANTEPRIMA DI "IN SCENA! 2012"
Sul nostro sito ufficiale un primo sguardo d'insieme sulla rassegna 2012.
A first look about In scena! 2012.
A first look about In scena! 2012.
CAGIN' CAGE - PRESENTAZIONE
Pubblichiamo con piacere alcune note dalla presentazione per il concerto Cagin' Cage del 29 luglio prossimo:
Il calembour del titolo definisce efficacemente il concerto dedicato a John Cage nei ritrovati spazi delle Ex Carceri nuove. Cento anni esatti sono trascorsi dalla nascita del compositore: una ricorrenza che porta con sé molteplici stimoli per esecutori e pubblico, grazie anche ai cortocircuiti creati tra la scelta delle musiche e le suggestioni del luogo.
L'opera di Cage ha rappresentato, spesso ben oltre gli stessi esiti musicali di ogni singolo brano, una sorgente d'ispirazione per gran parte dei compositori del secondo Novecento, contribuendo a mettere in crisi le certezze delle avanguardie europee del secondo dopoguerra.
La ricerca incessante compiuta da Cage sulle radici dell'invenzione musicale e sul rapporto tra disciplina e libertà ha attraversato varie tappe: dal rapporto con la danza alla scoperta delle filosofie orientali, dalla multimedialità all'ecologia sonora. Tappe di un cammino sempre attento a cogliere le infinite sfumature del reale.
E' dunque difficile ingabbiare Cage in una definizione, tanto meno applicargli un'etichetta di comodo tra quelle che sono state usate negli anni passati. I riverberi e le suggestioni della Rotonda saranno lo spazio ideale per meglio comprendere i significati e le emozioni trasmessi dalle sue opere.
Qui è possibile reperire informazioni sui brani che saranno eseguiti (pagina in inglese).
Il calembour del titolo definisce efficacemente il concerto dedicato a John Cage nei ritrovati spazi delle Ex Carceri nuove. Cento anni esatti sono trascorsi dalla nascita del compositore: una ricorrenza che porta con sé molteplici stimoli per esecutori e pubblico, grazie anche ai cortocircuiti creati tra la scelta delle musiche e le suggestioni del luogo.
L'opera di Cage ha rappresentato, spesso ben oltre gli stessi esiti musicali di ogni singolo brano, una sorgente d'ispirazione per gran parte dei compositori del secondo Novecento, contribuendo a mettere in crisi le certezze delle avanguardie europee del secondo dopoguerra.
La ricerca incessante compiuta da Cage sulle radici dell'invenzione musicale e sul rapporto tra disciplina e libertà ha attraversato varie tappe: dal rapporto con la danza alla scoperta delle filosofie orientali, dalla multimedialità all'ecologia sonora. Tappe di un cammino sempre attento a cogliere le infinite sfumature del reale.
E' dunque difficile ingabbiare Cage in una definizione, tanto meno applicargli un'etichetta di comodo tra quelle che sono state usate negli anni passati. I riverberi e le suggestioni della Rotonda saranno lo spazio ideale per meglio comprendere i significati e le emozioni trasmessi dalle sue opere.
Qui è possibile reperire informazioni sui brani che saranno eseguiti (pagina in inglese).
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